the flock

[…]  L’arte è indubbiamente al servizio della ricchezza, che è sempre potere, anche se si è soliti attribuirvi un contenuto fortemente progressista e persino rivoluzionario.
Se non c’è il committente e non esistono le condizioni per creare, non può esserci arte. È possibile ipotizzare che i talenti siano distribuiti in maniera più o meno omogenea nella popolazione e che emergano e divengano fattivi solo se il clima culturale lo permette. E c’è un potere che in alcuni momenti lascia delle scelte, ammette le trasgressioni per meglio controllare i sudditi, concedendo un’apparente libertà. Ma se nascono movimenti di opposizione, e idee che tendono a soppiantare il potere e a sostituirlo, il potere diventa rigido, non ammette eccezioni e ogni nuova idea viene bocciata, e dunque l’arte è soffocata oppure indirizzata verso quegli artisti che sono anche giullari. In questo modo si favorisce una cultura che sostiene il potere. Insomma, i talenti sono tirati fuori e guidati, anche se con modalità e forza diverse a seconda delle condizioni di stabilità del potere.
In conclusione l’arte è nelle mani del potere, nelle stesse mani di chi è responsabile dell’orrore e della violenza. È dunque falso pensare all’arte come antitesi del potere, come una sorta di coscienza, più o meno consapevole, dei desideri e degli ideali umani. Persino la definizione di arte dipende dalla cultura del tempo, che dipende da chi detiene il potere.

 

Vittorino Andreoli – Il silenzio delle pietre © ed. Mondadori – Milano