Erleichda!

[…]

Era la fine di settembre, e c’erano i tamburini del gelo nell’aria. Alobar e Pan attraversarono la grande città, gli aliti sempre un passo più avanti di loro. L’alito dell’uomo e quello del dio sembravano identici, congelati nella notte urbana. I loro scalpiccii, invece, erano assai diversi, il bum strascicante degli stivali di Alobar, il battito da fabbro degli zoccoli di Pan – ma conducevano alla medesima meta, mentre percorrevano la rigida effervescenza dei ciottoli.

La bottega degli incensi era come l’avevano lasciata, chiusa dalle assi e ostruita dalla rozza croce di legno. Evidentemente i monaci preferivano starsene alla larga. Se Alobar si fosse fermato nella vicina distilleria/profumeria, avrebbe colto il priore intento a discutere la vendita dei loro impianti a un intraprendente mercante di fragranze che si chiamava Guy LeFever. Proprio in quel momento, LeFever stava chiedendo se fosse possibile rintracciare il proprietario della bottega degli incensi per acquistare anche quella, giacché aveva sentito dire che l’inventario era assai ricco e inutilizzato. Ma il priore, che da qualche notte aveva ripreso a dormire bene e non voleva correr rischi, si torse le sue mani di giglio ed esclamò: «No, no, quella la lasci stare.»

Il più destramente possibile, Alobar forzò una finestra sul retro, e vi scivolò dentro insieme a Pan. Il cuore di Alobar batteva addirittura più rumorosamente degli zoccoli di Pan mentre salivano le scale. La porta del salottino si aprì con uno scricchiolio. Alobar non ricordava di aver mai udito prima quel rumore. Era prevista per quella notte una luna piena, ma non ne era visibile neppure un ritaglio. Forse la luna aveva deciso di trascorrere la sera a Versailles. Comunque, ad Alobar non serviva una luna per rendersi conto che nulla nella stanza era mutato. L’alone pallido che un lampione inviava dalla strada era sufficiente a illuminare quel quadro malinconico; il suo biglietto, la scarpetta spaiata, le palle di polvere.

Evitò di entrarci, limitandosi a inchinarsi dalla soglia quel tanto che bastava per metter giù la bottiglia di K23; dopo aver tolto il tappo. Poi chiuse la porta, quasi di colpo, quasi che la corrente d’aria così suscitata potesse far giungere più in fretta una zaffata di profumo nell’Aldilà.

Quindi, sul letto dove lui, baciatore piuttosto recente, aveva baciato così tanto lei, giacque nella notte, piangendo, sonnecchiando, risvegliandosi per piangere di nuovo. Rimase così tutta la mattina, con un cuscino, incollato alla faccia, che gli sembrava trattenere un po’ dell’odore dei capelli d’ebano di lei. Mezzogiorno era passato da un pezzo quando finalmente decise di liberarsi dell’abbraccio di quelle lenzuola macchiate di afflati coniugali. Gli occhi pesti, andò nel salottino a prendere la bottiglia. Pan si era alzato e avrebbe avuto bisogno di una spruzzata.

Come esca, il K23 aveva fallito – perlomeno fino a quel momento. Alobar non aveva udito alcun rumore prevenire dal salottino quella notte e adesso, socchiudendo la porta, vide che il biglietto era ancor lì, sotto la sconsolata scarpetta. Ma un momento! Non l’aveva messo dentro la scarpa?! E la scarpa non l’aveva messa proprio al centro del tappeto, mentre adesso era spostata alquanto a destra, più vicina al camino!?!

Tremando come un annuncio matrimoniale stretto nel pugno d’un misogino, Alobar esaminò la scarpa, aprì e rilesse il proprio biglietto. Si voltò tra le mani i due oggetti. Li annusò, persino. Non c’erano segni, nessuno odore, assolutamente nulla di insolito. Eppure si erano spostati, di questo era sicuro! Però, erano stati spostati di notte – nel qual caso il profumo era veramente un’esca – oppure nei cinque mesi in cui era rimasto lontano? La luce era stata talmente fioca, le sue emozioni talmente turgide, quella notte, che poteva anche non essersi accorto di quegli spostamenti così lievi anche se importanti.

Non potendo apprendere nulla dalla pantofolina o dal foglio di carta, esaminò la stanza, ispezionando il tappeto, osservandone attentamente ogni polveroso centimetro quadrato. Nulla. Anche le pareti erano tabula rasa. Ma quando lo sguardo si posò sul caminetto, la schiena gli si raddrizzò fulmineamente. Sulla mensola, accanto alla beneamata teiera d’argento di Kudra, una parola stava scritta nella polvere!

Sì, qualcuno, adoperando la punta di un dito, aveva scavato un messaggio nella superficie del marmo, lì dove la polvere era alta come una pelliccia. La grafia, istantaneamente familiare, non era però nello stile di Kudra,, né la parola scritta nell’unica lingua che lei conosceva. Quando Kudra si era finalmente alfabetizzata, aveva appreso a scrivere e a leggere in francese. La parola sulla mensola era scritta nella lingua slavo-nordica con la quale il suo clan parlava di battaglia, di caccia all’orso, di raccolti di barbabietole, e di specchi infranti, e la calligrafia apparteneva all’unica donna nel suo regno capace di scrivere in quella lingua: Wren.

Per molto tempo Alobar restò lì immobile, aggrappandosi alla mensola. Era così traumatizzato dalle implicazioni di quella lingua e di quella grafia che non pensò neanche al contenuto. Quando alla fine rivolse la mente a quel particolare, la sua meraviglia si accrebbe. La parola era un verbo transitivo, un’esclamazione, un comando, di cui l’esatta traduzione non sembrava possibile. L’equivalente più prossimo era probabilmente:

Alleggerisciti!

Già, alleggerisciti. Disobbedendo al suo buon senso e provocando non poco dispiacere a Pan, Alobar si trattenne nell’appartamento una settimana, vivendo di croste di pane raffermo e di scaglie di formaggio ammuffito. Ogni sera stappava in salotto una bottiglia di K23 e ogni mattina si precipitava a cercare messaggi nella polvere. Ma non c’erano. O meglio, c’era sempre e solo quell’unica parola:

Erleichda”, “Alleggerisciti!”.

Alobar guardò l’ultimo grumo di formaggio verdognolo scomparire nell’invisibile bocca di Pan mentre dalla strada saliva un inno morboso al sangue di Cristo. Masticò una manciata di fiori secchi presi dal magazzino della bottega. Aveva il sapore delle mutande di Grendel. Li sputò fuori, si pulì la barba nella manica e chiese: «Cosa mangiamo? Le tende?» Se Guy LeFever che dall’altra parte della strada stava concludendo l’accordo con il priore l’avesse sentito, avrebbe probabilmente sbottato: «Non tende, scemo, tendaggi.» Ma LeFever non lo sentì, sebbene Alobar sapesse che era solo questione di tempo prima che lo sentissero i monaci, o che lo scorgessero attraverso la finestra (quelle del piano di sopra non erano state chiuse da assi), una prospettiva, questa, che spinse il suo stomaco ad agitare le sue catene.

Stava dunque lì abbandonato tra le braccia della disperazione universale, quando sentì la pressione della mano di Pan. Il dio non l’aveva mai toccato prima, e Alobar dovette ammettere che la sua prima reazione fu quella di doversi difendere da un sodomitico attacco. Ma Pan si limitò a premergli il braccio e a dire: «La Morte ha più di un modo per sconfiggere l’uomo, a quanto pare. La Morte ha la meglio su di te anche quando vivi.» Poi si allontanò battendo lentamente gli zoccoli sul pavimento e si soffermò a dire, guardandolo al di sopra d’una presunta spalla: «Che omerino piccino, sei.»

Bastò quello. Alobar si abbandonò per altri quindici minuti, poi si alzò, fece il bagno, si rase la barba incrostata di lacrime, si lustrò gli stivali, si mise in testa e incipriò la logora parrucca che Pan aveva trascinato via dal funerale di Descartes e, facendo un segno al dio che forse sorrideva e forse no, scivolò arditamente fuori dalla bottega mentre il sigillo del sole era ancora affisso alla pergamena dell’orizzonte.

Dopo aver messo nel fagotto il profumo, il distillato di barbabietola e poche altre cose, i due si avviarono verso Marsiglia, dove l’ultimo bastimento della stagione stava preparandosi a veleggiare verso la Nuova Francia.

Da più di un decennio i francesi dominavano la regione dei Grandi Laghi di quella che sarebbe un giorno stata chiamata America Settentrionale, ma diversamente dagli inglesi e dagli spagnoli, avevano la tendenza a considerare il Nuovo Mondo in termini di bottino – pellicce, pesce, convertiti al cristianesimo, e di possibile passaggio a ovest delle Indie – piuttosto che come luogo in cui costruire case, città, una vita nuova. Le malattie, gli attacchi degli ostili irochesi, e un grande terremoto nel Quebec nel 1663 avevano portato la compagnia francese per il commercio delle pellicce sull’orlo della rovina scatenando tra gli stanchi coloni grida di «Torniamo in Francia!» prima che Luigi XIV smettesse di ballare il valzer in tempo per riordinare le cose. Voci di un grandioso e misterioso fiume che scorreva verso sud dai Grandi Laghi, forse fino al Pacifico, erano giunte alle orecchie di re Luigi e, mormorando «Mississippi, Mississippi» nel suo fazzolettino profumato, dichiarò la Nuova Francia provincia reale, la munì d’un reggimento d’addestratissimi soldati, e nominò un capace gruppo dirigente affinché ne supervisionasse gli affari interni. Da quel momento in poi, decretò Luigi, i coloni eleggibili (quelli cioè dotati di specifiche abilità) avrebbero avuto la precedenza sui missionari e sui cacciatori nel salire a bordo delle navi dirette a Montreal.

Quando Alobar accostò il capitano del Mississippi Poodle, scoprì che c’erano ancora posti per numerosi passeggeri maschi – la gran parte delle famiglie aspettavano la primavera per emigrare, non volendo iniziare la vita coloniale proprio agli esordi d’un rigido inverno nordico – e se fosse stato giudicato eleggibile, non solo avrebbe ottenuto gratis il passaggio, ma per il suo incarico gli sarebbe stato versato un piccolo premio. Alobar raccontò d’essere un aristocratico che aveva da poco perduto la sua fortuna, e siccome aveva maniere da gentiluomo, e dato che a bordo c’era una tale situazione analoga (“Si chiama Sieur de La Salle, è per caso suo amico?”) il capitano gli credette.

C’erano però delle riserve circa l’età di Alobar. «Ma lei, signore, quanti anni ha, esattamente?» volle sapere il capo dell’ufficio immigrazione. Alobar non sapeva cosa rispondergli, ormai non aveva più alcuna idea di quanti anni dimostrasse, e Dio sapeva quanto poco possibile gli fosse rispondere il vero. balbettò qualcosa, e alla fine sbottò: «Quarantasei», un numero a cui giunse raddoppiando quello del K23. «Quarantasei anni robusti e arzilli, usi a guidare gli uomini.»

E così salì a bordo, con gli aromatici liquidi che gorgogliavano nel suo sacco, sopprimendo una risatina che già gli gorgheggiava in gola. Lo seguiva Pan.

[…]

Profumo di Jittemburg - Tom Robbins © Dalai Editore